La famosissima Cà d'Oro, una dimora patrizia che con la sua innegabile bellezza riesce ad ammaliare chi la guarda, emblema di una intera città, divenuta uno dei suoi più caratteristici simboli.
Espressione tra le più alte del tardo gotico, detto fiorito, la Cà d'Oro domina la riva sinistra del Canal Grande nel Sestiere di Cannaregio con la sua facciata ricca ed asimmetrica.

Storia del Cà d'Oro

Lunga e travolgente la storia del Cà d'Oro che ha conosciuto i fasti della gloria, la decadenza dell'incuria, le razzie di interventi scellerati fino ad arrivare all'amore di un uomo che le ha dedicato anni e fatica della sua vita.
Il palazzo fu realizzato da Mario Contarini, esponente di una ricca famiglia dogale della città. Agli inizi del Quattrocento Marino sposò la giovane ereditiera Soramador Zeno, che in dote portò alcune proprietà situate in zona Santa Sofia, tra cui la Cà Zeno che prospettava sul Canal Grande. I due novelli sposi, quindi, andarono ad abitare proprio in questa dimora, ma a causa di un litigio familiare Contarini fu costretto a ri-acquistare la proprietà e quando la moglie morì, come a voler rompere con il passato, decise di abbatterla e costruirne una nuova. Questa tesi ancora oggi è molto discussa poichè negli anni ha preso corpo l'ipotesi che egli avesse semplicemente inglobato l'edificio preesistente in quello nuovo. Rimarremo col dubbio

Struttura di Cà d'Oro

L'asimmetria della facciata si deve al fatto che il Contarini riutilizzò le fondazioni del vecchio palazzo e perchè le dimensioni del lotto non erano tali da consentire la realizzazione di una facciata ampia e regolare.
Questa asimmetria si rispecchia chiaramente anche in planimetria che assume lo schema tipico della pianta a forma di C: nella parte sinistra si apre il portico con gradinata sull'acqua per l'attracco delle barche da cui poi si raggiunge l'ampio atrio affiancato da piccoli ambienti laterali adibiti a magazzino; la parte destra non ha accesso al Canal ma si frammenta in piccoli o ampi ambienti, sino a raggiungere il cortile interno da cui una splendida scala in pietra d'Istria conduce al piano superiore, organizzato intorno all'ampio portego con i vari ambienti a destinazione privata. Il cortile interno è completamente rivestito di mattoni rossi, in cui spiccano due elementi in pietra d’Istria: una scalinata scoperta a rampante unico che conduce al piano superiore ed una vera da pozzo scolpita con fogliame e figure femminili allegoriche impersonanti la Giustizia, la Forza e la Carità.

Asimmetria, vuoti e pieni: la facciata di Cà d'Oro

Ma a lasciare senza fiato è senza dubbio la facciata ripartita nelle due sezioni asimmetriche, una tutta vuoti a sinistra ed una tutta piena a destra: completamente rivestita di marmi policromi dalle tonalità pastello del verde, del bianco e del rosato, venne cesellata come una trine buranea, ricamata più dall'oscurità dei vuoti che dai pieni. Questa prevalenza dei vuoti crea un diaframma sottile e quasi trasparente tra interno ed esterno, in uno scambio tutto veneziano tra vita pubblica e privata, in una reciproca interazione tra l'atmosfera del Canal e l'edificio.
La parte sinistra si apre con il portico al piano terra che consentiva l’attracco delle barche, fino ad arrivare alla magnificenza dei due piani superiori in cui un doppio ordine di logge a sei arcate (esafore) definiscono un complesso gioco di chiaroscuri; qui gli elementi marmorei sembrano essere scolpiti o intagliati in un unico monolite: un vero e proprio merletto di marmo bianco che sembra venir fuori dal nero del vuoto retrostante.
La parte destra, invece, è molto meno complessa nel suo disegno ma ugualmente protagonista con i suoi sporti e le sue decorazioni con teste di leoni.
Il tutto è sapientemente chiuso con una cornice in cui lance cruciformi di differenti altezze regalo un piacevole e sinuoso movimento che si staglia contro la cromia del cielo, esso stesso intagliato come un immateriale merletto.
La costruzione della Cà d'Oro è iniziata nel 1421 e si concluse solo 15 anni più tardi.

Perché si chiama Cà d'Oro?

Ma, vi siete chiesti perchè questa dimora si chiami Cà d'Oro e non riporti il nome della casata di appartenenza, come succedeva per tutti i palazzi veneziani? Ecco, la spiegazione sta nell'operato del pittore Giovanni Charlier che fu contattato dal Contarini affinché questi donasse al palazzo un aspetto singolare, speciale, e che potesse distinguerlo dagli altri. Il pittore, allora, alla policromia dei marmi aggiunse i colori vivaci e vividi della pittura come il rosso ed il blu oltreoceano, ma soprattutto lo splendore del color oro con cui colorò tanti elementi della facciata. Il risultato fu quello di una facciata preziosa come un gioiello di una gran dama, che si rifletteva e rifletteva le acque del Canal Grande, in cui l'una brillava della luce dell'altra, creando un'incantevole e fiabesca atmosfera, e che meritò l'appellativo di dimora dorata, la Cà d'Oro
Con questa decorazione si chiusero i lavori. Era il 1437.

Avvenimenti successivi

Dopo molti anni il palazzo fu ereditato da Pietro, il figlio che Marino Contarini aveva avuto dal Lucia Corner, sposata in seconde nozze dopo esser diventato vedevo. Ma la successiva morte di Pietro segnò l'inizio di un lungo periodo di declino del palazzo, fatto di saccheggi, espoliazioni ed interventi scellerati causati da proprietari indifferenti e irriguardosi della storia e della meraviglia della dimora.
Il momento nero della Cà d'Oro coincise con l'arrivo del principe russo Alessandro Trubetzkoi e della sua ballerina Maria Taglioni la quale commissionò dei lavori di restauro all'architetto veneziano Giovanni Battista Meduna: costui stravolse del tutto la meravigliosa costruzione gotica, spogliandola della sua antica e singolare bellezza ed arricchendola di elementi del tutto ad essa avulsi.
Questa tragedia artistica trovò fine nell'Ottocento, quando alla Cà d'Oro fu acquistata dal Barone Giorgio Franchetti. Piemontese dall'animo gentile, amante dell'arte e della musica, possedeva una vera e propria collezione di opere d'arte. Arrivato a Venezia acquistò la vera da pozzo della Cà d'Oro da un antiquario: quella vera fu l'inizio di un legame con il palazzo che non ebbe mai fine. Comperò anche l'intero palazzo ed impiegò tutta la sua vita e le sue risorse affinchè la Cà d'Oro potesse tornare all'originario splendore. E così fu. L'unica opera nuova che apportò il Franchetti fu l'imponente pavimentazione marmorea del portego del piano terra e che egli stesso disegnò: una superficie di 350 mq realizzati con le antiche tecniche romane dell'intarsio e della lavorazione del marmo.

La Cà d'Oro oggi: la Galleria Giorgio Franchetti

Attualmente la Cà d'Oro è proprietà dello Stato per volontà del Barone Franchetti, che stabilì di lasciare allo Stato il suo palazzo e l'intera preziosa collezione d'arte dopo la sua morte, sopraggiunta suicida il 18 Dicembre 1922. Nacque così la Galleria Giorgio Franchetti.
Le opere contenute nella Galleria sono tutte meritevoli di ammirazione ma senza dubbio risalta quello che era il capolavoro più prezioso della collezione Franchetti, il San Sebastiano di Andrea Mantegna, situato nel portego del piano primo. Inoltre la Galleria conserva opere del Carpaccio, del Sansovino, di Tiziano, di Jean Van Eyck e di Van Dyck.
L’incuria e le azioni scellerate degli uomini che hanno incontrato la Cà d’Oro nel corso della sua storia antecedente all'operato del Franchetti ci hanno tolto la possibilità di poter oggi ammirare il risultato di anni di ricerche e di lavoro minuzioso ed appassionato da parte delle migliori maestranze del tempo, un’opera che in termini di decorazioni non aveva eguali, ma ciò che oggi si apre dinanzi ai nostri occhi è ugualmente speciale, perché si tratta del risultato dell’amore e della passione di un uomo che lavorò tanto per poter consentire alla dimora di ritornare agli antichi fasti e raggiungere in nostri giorni.