Per secoli, Venezia è stata una realtà speciale, relativamente piccola ma capace di azioni incredibili. Nella turbolenta scacchiera politica europea, disseminata di intrighi, giochi di potere, guerre e conflitti, la città ha subito minacce dai giocatori più disparati, a cominciare dalle altre città-stato italiane fino ad arrivare alle pedine più potenti, come re, imperatori e papi. Ciononostante, è riuscita per più di mille anni a mantenere una posizione centrale, tenendo sotto scacco l'intero Mar Mediterraneo
Lo ha fatto sempre con il suo fascino speciale, che scaturisce da un connubio tra eleganza, autorità e lusso, costruiti magistralmente nel tempo. I promotori del suo carisma sono stati i suoi cittadini, un popolo di mercanti e marinai che hanno donato alla città vivacità e dinamismo. Dal Medioevo fino all'ascesa di Napoleone, Venezia ha conservato la sua indipendenza e la sua identità culturale, diventando una delle potenze più interessanti da scoprire, quando si fogliano gli annali di storia europea.
Accanto al suo dominio navale, ai numerosi artisti che hanno camminato lungo le sue calli e all'aura di mistero e glamour che pervade la città, c'è un altro tratto della vita sociale marciana estremamente interessante: l'istituzione del doge, la figura veneziana che richiama in parte quella del duca delle altre città stato. Il dogato era la più alta carica politica della città ed era un ruolo bramato da tutte le famiglie patrizie di Venezia, per il prestigio e l’autorità che ne derivavano.

Il doge, simbolo di sovranità a Venezia

Questa figura politica è durata a Venezia per 1100 anni, durante i quali si sono succeduti 120 dogi, dopo morti naturali, ma anche abdicazioni, congiure e deposizioni. Infatti, anche se consisteva nella carica politica suprema, al doge non erano concessi pieni poteri e aveva un’autorità circoscritta. Egli doveva sempre fare i conti con la presenza dell'aristocrazia veneziana, la vera figura dominante in città, che lavorava per limitarlo e controllarlo rigorosamente. 
Nel corso dei mille anni di dogato, le sue prerogative sono cambiate nel tempo, seguendo il corso degli eventi e l’evolversi della società. La città era ancora sotto l'influenza dell'Impero Romano d'Oriente quando Paolo Lucio Anafesto fu eletto primo doge, nel 697. Egli non aveva un forte ruolo di comando, era per lo più un capo militare, sotto la giurisdizione di Ravenna. A Venezia però, la posizione geografica era strategica, e alcune nobili famiglie erano pronte, sia nello spirito che nelle tasche, ad arrogarsi un’autonomia sempre maggiore. Il risultato fu che, nel 742, Venezia per la prima volta eleggesse autonomamente il doge, trasformandosi in una città-stato.
In questa fase, l’autorità dei dogi era molto vasta, ma, nonostante i loro costanti sforzi, non riuscirono mai a rendere il ruolo ereditario, garantendo così la supremazia illimitata alla famiglia di origine. Tutti i tentativi furono vani, poiché l’aristocrazia veneziana non si lasciò mai influenzare dalle loro richieste e mantenne i diritti sull’elezione della carica.
All'inizio del nuovo millennio, le storiche casate veneziane si erano ormai evolute in una ricca e dominante aristocrazia mercantile, la quale si era posta a capo della città e aveva trasformato il sistema politico in una vera oligarchia. Così, quando Venezia, nel 1032, fu proclamata "repubblica", nuovi organi politici assunsero molte delle funzioni del doge, in modo da restringerne l'autorità e sottometterlo alle leggi. Per legittimare la supremazia dell'aristocrazia sul dogato, in questo periodo si affermò la leggenda del primo doge, che raccontava come questo fosse stato eletto da 12 antiche famiglie veneziane, non come sovrano, ma come primus inter pares. Questo status fu mantenuto dagli incaricati fino all’ultimo, Ludovico Manin, ultimo doge della repubblica, deposto da Napoleone nel 1797.
Nonostante molti poteri fossero nelle mani dell'aristocrazia, la carica di doge comportava molti doveri. La sua principale funzione era quella di rappresentare ufficialmente Venezia e di mostrarne la grandezza durante le cerimonie pubbliche e gli incontri diplomatici internazionali. Inoltre, in tempi di pace, al doge veniva chiesto di presiedere i consigli politici, votando quando necessario; in ogni caso il suo voto non aveva un peso speciale ma valeva tanto quanto i voti di tutti gli altri membri. In tempo di guerra, invece, doveva porsi al comando della flotta e doveva guidare l'esercito per difendere Venezia dai nemici. Infine, la sua posizione interessava anche la sfera spirituale, essendo a capo della Chiesa di San Marco, con un ruolo simile a quello dei vescovi e dei principi degli altri stati o città in Europa. Questa particolare indipendenza religiosa risultò fondamentale nella storia, infatti, giovò a molti perseguitati che volevano sfuggire ai dogmi cattolici, uno fra tutti, Galileo Galilei.
120 dogi sono entrati a Palazzo Ducale nel corso dei secoli ed ognuno di loro ha donato e ricevuto qualcosa da Venezia. Alcuni arricchirono la città, altri ne aumentarono il prestigio, altri ancora cercarono di sovvertirla ed infine alcuni la condussero verso il declino. Molti sono stati più influenti di altri, forse per il periodo storico in cui sono vissuti, o per i successi raggiunti, o per un impegno politico fuori dal comune.
Qui di seguito, ecco le storie dei due dogi probabilmente più illustri dell’epoca rinascimentale, Francesco Foscari e Andrea Gritti, i quali hanno avuto un ruolo fondamentale nello stabilire il dominio di Venezia e nel fornirle un importante peso internazionale, attraverso guerre, relazioni diplomatiche, cultura e strategici piani politici.

Francesco Foscari e la massima espansione di Venezia

Nel XIV secolo Francesco Foscari fu eletto 65° doge di Venezia. Il suo mandato fu il più lungo di tutti, durò infatti ben 34 anni. Sotto la sua guida, la Repubblica affrontò guerre, conquiste, calamità naturali e vide il suo momento di massima espansione territoriale
Foscari proveniva dall'omonima famiglia dei Foscari, un'antica casata patrizia nata nel tardo Medioevo. Suo padre, Nicolò, era un ricco proprietario terriero che aveva irrobustito il suo patrimonio lavorando come mercante. Fu, molto probabilmente, sinceramente contento quando suo figlio decise di entrare in politica, vedendo, in questo, la via per assicurare privilegi e sostegno alla famiglia. Francesco, nato nel 1373 a Venezia, infatti, non fu mai attratto dalla vita mercantile e dedicò tutte le sue energie alla carriera pubblica.
La sua ascesa al successo iniziò nel 1412, quando era ambasciatore alla corte di Sigismondo di Lussemburgo, re d'Ungheria e futuro imperatore del Sacro Romano Impero. Quell'anno il re decise di iniziare una campagna per conquistare la Dalmazia, inviando il suo esercito a sud e minacciando così Venezia. Francesco si servì immediatamente delle sue capacità diplomatiche e riuscì a far stipulare la pace tra i due contendenti in meno di un anno. La sua manovra strategica lo portò ad aggiudicarsi, a Venezia, un posto nel "Collegio dei Savi", una sorta di consiglio dei ministri, e ad accettare poco dopo l'incarico di "Procuratore di San Marco". Nel 1423, infine, la sua carriera raggiunse il culmine, quando il 15 aprile fu eletto doge.
Da quel momento, Francesco ricoprì la carica per quasi tutta la vita, perseguendo nel tempo importanti successi, ma dovendo anche affrontare momenti bui, vendette ed inimicizie. Il suo dogato fu piuttosto aggressivo ed audace, caratterizzato da mire espansionistiche e volontà di conquista.
Per prima cosa, utilizzò la flotta per conquistare Tessalonica, in Grecia, città sotto il controllo dell'Impero Ottomano. Contemporaneamente, pianificò un conflitto contro Filippo Maria Visconti, duca di Milano, per espandersi nella terraferma. Milano e Venezia avevano coltivato un rapporto positivo per anni, ma gli obiettivi del doge lo portarono a capovolgere il suo approccio nei confronti del vicino. Così, quando Firenze si presentò per chiedere aiuto nella battaglia contro Milano, Foscari colse l’occasione e la sfruttò come perfetto pretesto per raggiungere i suoi obiettivi, convincendo Venezia ad accogliere il suo desiderio di conquista. Fu l'inizio di lunghe e rovinose guerre con Milano, chiamate "le Guerre di Lombardia", che dal 1423 al 1454 cambiarono costantemente l'egemonia politica del Nord Italia. Foscari riuscì ad annettere vari territori della terraferma, espandendo notevolmente Venezia, fino alla riva dell'Adda e diffondendo la sua supremazia su tutto il Veneto, il Friuli Venezia Giulia e una parte significativa della Lombardia. Purtroppo, però, Foscari non prese in considerazione la premonizione del suo predecessore Tommaso Mocenigo, che nella sua lettera d'addio ammonì Venezia con parole profetiche: "Attenzione al desiderio di prendere ciò che appartiene agli altri e portare guerre ingiuste per cui Dio ti distruggerà".
Infatti, dopo un primo momento di gloria, queste guerre si tramutarono in sconfitte, perdite di denaro e distruzione. Il malcontento e la sfiducia nei confronti del doge culminarono, infine, in un attentato violento: Andrea Contarini attaccò Francesco e lo ferì al volto con un pugnale. Foscari interpretò questo sdegno come la prova della perdita totale della fiducia che i sui suoi cittadini avevano per lui e propose di abdicare, ciononostante, Venezia lo convinse a mantenere la sua carica.
Negli anni successivi, finalmente ottenne alcune soddisfazioni, come il riconoscimento, da parte dell’imperatore Sigismondo, delle terre conquistate, la ricostruzione di Palazzo Ducale e la realizzazione della Porta di Carta sulla quale si fece ritrarre inginocchiato accanto al Leone di San Marco, e la ristrutturazione della "Casa delle due Torri", che divenne il famoso edificio Ca’ Foscari, attuale sede dell’omonima università. Dovette, però, affrontare anche molte vicende drammatiche, come il terremoto del 1451, la gelata della laguna, che paralizzò Venezia per gran parte dell'inverno del 1431, la peste, che uccise tutti i suoi figli a parte Jacopo, la perdita di Tessalonica e i duri conflitti con altre famiglie aristocratiche che portarono all'esilio, alla condanna e dopodiché alla morte del suo ultimo figlio. Infine, nel 1454, venne stipulata la "Pace di Lodi" che pose fine all' infinita guerra nel Nord Italia. Francesco dovette, quindi, accontentarsi dell’espansione raggiunta e cercò di gestire la città per altri tre anni, affrontando avversari interni, congiure e intrighi di palazzo, fino al 1457, quando i suoi nemici lo costrinsero ad abdicare. Morì pochi giorni dopo, il 1° novembre. Una fine davvero ingiusta per un uomo che dedicò tutta la sua vita al destino della sua città e che, nonostante tutto, riuscì a ricompensarla con terre e potere.


Andrea Gritti e la rinascita di Venezia

La biografia del 77° doge di Venezia sembra un vero e proprio romanzo, brulicante di avventure, viaggi e colpi di scena. Andrea Gritti era infatti un uomo di grandi ambizioni, coraggioso e curioso, il personaggio perfetto per una vita emozionante. È stato uomo di stato, ambasciatore, comandante, ma anche amante dell'arte e mercante. 
Nato a Bardolino, in provincia di Verona, nel 1455, discendeva da una ricca famiglia di mercanti. Studiò filosofia all'Università di Padova e, fin da giovane, fu spronato a conoscere il mondo al di fuori Venezia dal nonno, Triadano Gritti, influente politico veneziano, che lo portò con sé durante i suoi viaggi diplomatici. Ben presto Andrea si interessò alla scoperta di culture, lingue ed abitudini diverse e decise di trasferirsi a Costantinopoli per lavorare come mercante. Lì, grazie alla sua audacia ed alla passione per lo stile di vita bizantino, si fece strada nell'élite locale, diventando amico stretto di vari uomini politici vicini al sultano e facendo conoscenza anche con quest’ultimo, Bayezid II. Gritti trascorse in Oriente più di vent'anni, consolidando costantemente il suo status e guadagnando molto denaro, grazie alle sue amicizie e ad una speciale arguzia.
All'inizio del XVI secolo, però, il propizio rapporto tra Venezia e l'Impero Ottomano si interruppe bruscamente e Andrea si trovò incastrato tra due fuochi. Egli amava Costantinopoli, ma era anche fedele alla sua patria, per questo, durante il conflitto, decise di aiutare Venezia, passandole furtivamente informazioni. Una volta scoperto, fu incarcerato e condannato a morte. Eppure, dopo tre anni di detenzione, un evento fortuito lo salvò: un fulmine colpì il principale deposito bellico della città. Questo incidente completamente casuale fu giudicato come la punizione di Dio per aver maltrattato il mercante veneziano, e così il fortunato fu immediatamente liberato. Una volta uscito di prigione, Gritti si adoperò per conciliare le relazioni tra i due stati e riuscì a stipulare l'accordo di pace. 
Lo stesso anno, il 1503, decise di tornare a Venezia, abbandonare il lavoro mercantile e dedicarsi alla carriera militare e politica. Pochi anni dopo, però, nel 1508, una terribile minaccia iniziò ad incombere sulle sorti di Gritti e della Repubblica. I suoi principali nemici, ossia Francia, Spagna, Ungheria, l'Imperatore, Firenze e le altre città-stato italiane, si accordarono per un'alleanza, la "Lega di Cambrai", con l'obiettivo di distruggerla. Scoppiò la guerra ed il 14 maggio del 1504 Andrea partecipò all'enorme sconfitta veneziana nella battaglia di Agnadello, che portò all'immediata dissoluzione dello stato. Impotente, Venezia vide infatti svanire uno dopo l'altro tutti i suoi territori in terraferma e assistette alla distruzione del suo esercito. Eppure, come sempre nella storia di Gritti, questa débâcle segnò la sua finale ascesa al potere. Nei dieci anni successivi, raccolse ciò che era rimasto dell'esercito e riconquistò, battaglia dopo battaglia e assedio dopo assedio, ogni terra perduta ad Agnadello.
Gritti tornò a Venezia ed entrò in città come vincitore. Ora, c'era solo un ultimo obiettivo da raggiungere, il dogato. Finalmente fu eletto doge nel 1523, eppure la sua vittoria non fu né facile né scontata e, nonostante i suoi successi, dovette sudarsela! Infatti, anche se a Venezia tutti ne stimavano le grandi capacità militari, solo pochi ne apprezzavano la personalità, considerata dispotica e arrogante. Tuttavia, dopo esattamente 100 anni dall'elezione di Francesco Foscari, riuscì ad ottenere la posizione sognata. Da quel momento in poi, Gritti si impegnò per la gloria di Venezia e lavorò duramente per assicurare un “buon governo”. Il suo progetto politico consisteva nel desiderio di portare innovazione e cambiamento in città e di trasformarla in un moderno centro di cultura e di progresso.
Anche se fortemente limitato dall'oligarchia aristocratica, si batté per le classi più povere e per il miglioramento delle loro condizioni. Ad esempio, concesse l'assistenza sanitaria pubblica per le classi meno abbienti e ridusse il prezzo del suo grano per permettere a chiunque di accedervi. Inoltre, a causa del suo passato zeppo di guerre e battaglie, si batté costantemente per la pace e per le alleanze con gli stati limitrofi, ritenendola l’opzione migliore per una Venezia ancora ferita. Infine, implementò il progetto di "Renovatio Urbis", per trasformare la città in una metropoli internazionale. Promosse così la costruzione di nuovi edifici, come il Palazzo dei Casserlenghi e trasformò il centro cittadino, da ambiente medievale a raffinato foro classico. Infatti, avviò il rinnovamento di Piazza San Marco, chiamando l'architetto Sansovino, che lavorò alla Biblioteca Marciana, alla Loggia del Campanile e alla Zecca. Pensò anche al Palazzo Ducale, ingaggiando Tiziano per decorare agli interni con le sue opere. Voleva, insomma, restituire a Venezia l'immagine di potere e di forza che aveva recentemente perso. Gritti portò avanti il suo mandato con impegno e passione fino alla morte, avvenuta il 28 dicembre del 1538.

Queste sono le affascinanti storie di due dei 120 dogi che hanno caratterizzato la storia di Venezia. Gritti e Foscari si sono distinti per le loro capacità, per le loro peculiari personalità e per le loro ambizioni. Ma ciò che più accomuna questi due uomini è l'amore verso Venezia, che è stato, probabilmente, la colonna portante della loro buona amministrazione. Hanno lottato, sconfitto nemici e sono anche morti per la loro città: hanno combattuto in nome dell'indipendenza e della libertà... i due tratti caratteristici di questa città-stato, così piccola eppure così potente longeva.