Nella prospera e vibrante Venezia del XVI secolo, inaspettatamente, una donna riuscì a farsi strada in una società dominata totalmente da uomini, distinguendosi grazie al suo arguto ingegno e alla sua considerevole cultura: era Veronica Franco. Il suo nome viene ancor oggi ricordato e la sua figura è diventata un simbolo delle battaglie per le pari opportunità. Durante la sua vita, infatti, sfidò la società tradizionale di tipo patriarcale in cui viveva e difese, sia con le sue audaci azioni che con la sua penna tagliente, tutte le donne ed i loro diritti.

Veronica Franco è stata una sofisticata cortigiana, una brillante poetessa e una frequentatrice dell’élite veneziana. Ma era anche molto di più. Ha dimostrato di essere uno spirito ribelle, una donna indipendente e orgogliosa, la personificazione di quella che oggi potremmo definire una delle prime "attiviste femministe" del Rinascimento italiano.


Una cortigiana bellissima e padrona di sé

Veronica nacque a Venezia, nel 1546, da Paola Fracassa e Francesco Franco. I suoi genitori appartenevano alla classe sociale dei "cittadini originari", il gruppo che si collocava tra l'aristocrazia ed il popolo, avendo, quindi, a disposizione sufficiente ricchezza e condizioni di vita dignitose. In famiglia c’erano anche tre fratelli maschi, Geronimo, Orazio e Serafino, i quali prendevano lezioni private a casa. Ciò permise alla fanciulla di partecipare al "gruppo di studio" e ottenere una buona educazione, cosa non scontata per le donne del tempo. Prima di sposarsi, la loro madre aveva lavorato come cortigiana onesta, ma aveva abbandonato la professione dopo l’unione con Francesco. Quando, però, quest’ultimo morì prematuramente, dovette tornare al suo vecchio lavoro, iniziando poco dopo anche la giovanissima figlia Veronica.

Può suonare strano, ma essere una cortigiana presentava alcuni vantaggi, l’importante era essere quella giusta! Venezia, infatti, riconosceva due tipi di cortigiane, molto diverse tra loro. Le "cortigiane di lume" ossia prostitute nel significato odierno del termine. Esse lavoravano all’ombra del Ponte di Rialto, avevano uno status sociale basso e venivano scelte per puro piacere carnale, a prescindere da qualsiasi loro dote intellettuale e sociale. Le “cortigiane oneste”, invece, erano cortigiane di rango superiore, la cui missione era quella di fungere da vere partner per i propri clienti, intrattenendoli, non solo fisicamente ma anche intellettualmente. Pertanto, queste donne dovevano essere eleganti e altamente istruite, dovevano presentare talenti in ambito musicale, artistico e letterario e dovevano essere abili conversatrici, con una preparazione culturale prestigiosa. Insomma, come perfettamente spiegava il poeta Pietro Aretino "Venere divenne una donna di lettere”. I maggiori benefici di questa professione risiedevano nella libertà, nell'indipendenza e, come poc’anzi accennato, nel costante accesso alla cultura, spesso precluso alle donne. Veronica Franco era destinata a diventare la più famosa cortigiana del suo tempo.

Verso i 16 anni si sposò con un medico, Paolo Panizza. L'unione era finanziariamente vantaggiosa, ma ben presto l'uomo si rivelò un giocatore d'azzardo alcolizzato e piuttosto violento nei confronti della moglie. Così, dopo poco tempo e proprio quando diede alla luce il figlio Achilletto, primo dei probabilmente sei che ebbe e che perse prematuramente, Veronica lasciò il suo compagno e tornò a vivere a casa della madre. Le due donne, così, cominciarono a vivere ed a lavorare insieme. Ne è una prova il "Catalogo de tutte le principal et più honorate cortigiane di Venetia", pubblicato nel 1565, l’albo che elencava tutte le cortigiane oneste della città, con i rispettivi indirizzi e prezzi. Il nome di Veronica era scritto insieme a quello di Paola, ed il loro prezzo era lo stesso, 2 scudi a notte. Tuttavia, dopo qualche tempo, Veronica divenne talmente desiderabile che un solo suo bacio costava 5 scudi e la sua compagnia ne valeva 50.

Essa desiderava vivere circondata dal lusso e dal potere, perciò, per guadagnare abbastanza per raggiungere il suo obiettivo, impiegò tutti gli strumenti necessari. Stregò gli uomini con la sua straordinaria bellezza, li incuriosì con la sua dialettica e la sua conoscenza culturale e li fece innamorare con la danza e con il suo talento musicale, canoro e soprattutto letterario. Inoltre, per riuscire a tessere una rete sociale che le permettesse di creare rapporti con le personalità più influenti della città, Veronica sceglieva strategicamente i suoi clienti, possibilità concessa solo alle cortigiane oneste, e li individuava solamente tra gli artisti, gli aristocratici, i poeti, i politici e i letterati.

Una vita tra piacere e poesia

Grazie alla sua professione ed al suo fascino irresistibile, Veronica riuscì a farsi strada tra i più importanti salotti culturali di Venezia. Lì, deliziò l’élite veneziana non solo con il suo corpo, ma anche per il suo brillante contributo nelle discussioni accademiche, nei seminari di letteratura e nel supporto nella stesura di antologie di poesia. L’ammirazione per lei si raccoglieva specialmente intorno alle sue doti letterarie ed ai suoi componimenti poetici. In breve tempo fece amicizia con molti dei protagonisti della vita intellettuale della città, come, per esempio, Tintoretto, che di lei dipinse il suo ritratto più celebre.
L'ingresso nel salotto letterario "Ca' Venier" fu un passaggio fondamentale nella sua carriera di poetessa. Questo estimato circolo culturale era gestito dal poeta Domenico Venier, il quale divenne presto il mecenate di Veronica, svolgendo un ruolo importante nella pubblicazione della sua prima raccolta di poesie, Terze Rime, del 1575. In un'epoca in cui il verso petrarchesco dominava la scena letteraria, Franco decise di comporre in terzetti, per dar maggior risalto al ritmo narrativo della sua poesia. Il suo lavoro mostra una personale meditazione su di sé e sulla sua vita, ed evidenzia tematiche a lei care, come la posizione della donna nella società e l'uguaglianza di genere. Dai suoi versi si deduce che Veronica credeva nella predominanza del vigore dell'anima sulla forza del corpo, affermando che ciò che era fondamentale erano gli sforzi che si compivano per raggiungere un risultato e non le caratteristiche biologiche personali. Pertanto, uomini e donne non erano diversi e perciò potevano ottenere gli stessi risultati. Inoltre, queste ultime potevano essere competenti come i primi a scrivere di passione, amore e persino di piacere e sesso. Nei suoi versi, si sforzava di difendere l’emancipazione e lo status femminile, sfidando il sistema patriarcale e diventando uno dei primi esempi di voce femminile e rivoluzionaria del Rinascimento italiano.
A Ca' Venier, Veronica era particolarmente vicina ai nipoti di Domenico, Marco e Maffeo Venier. Il primo divenne l'amore della sua vita, mentre il secondo si trasformò in un suo antagonista. Infatti, forse spinto dalla gelosia di non essere il preferito di Veronica, quest’ultimo si arrabbiò e le dedicò dei versi molto offensivi, raggiungendo vette di grande maleducazione ed arrivando perfino a chiamarla "puttana". Qui, Veronica dimostrò un carattere forte ed un animo coraggioso, difendendo subito il suo onore: lo sfidò ad un duello poetico. Lui si rifiutò di partecipare, così lei ne uscì vincitrice e venne finalmente riconosciuta per le sue doti poetiche.

Oltre alla legittimazione come poetessa, Veronica raggiunse un altro successo professionale. Essa fu infatti anche consacrata come la cortigiana più desiderabile della città, grazie ad una notte trascorsa con Enrico di Valois, il futuro Enrico III re di Francia. Durante il viaggio che doveva condurlo dalla Polonia alla Francia, egli decise di fare una sosta a Venezia. La Repubblica colse immediatamente l'occasione per apparire indimenticabile ai suoi occhi, mirando a stabilire una benefica alleanza. Per questo motivo, vennero organizzati 11 giorni di feste, ricchi banchetti, concerti e, come ciliegina sulla torta, la compagnia di Veronica, che, a quanto si sa, lo lasciò particolarmente soddisfatto. Questo evento le diede notorietà e fama tra i veneziani, la sua ricchezza prosperò e lei continuò a godersi la sua vita lussuosa.

La battaglia per l’emancipazione femminile

In questo periodo fiorente della sua vita, Veronica si trasferì dalla casa della madre in un elegante palazzo in Santa Maria Formosa, dove diede vita ad una sorta di ateneo culturale, in cui organizzava letture di poesia, dibattiti filosofici, attività culturali, e dove offriva anche la possibilità di dedicarsi a divertimenti più lascivi. Non si allontanò mai da Venezia, se non per due anni, a partire dal 1575, quando la peste dilagò in città e la costrinse a fuggire. Una volta tornata, si vide derubata dei suoi beni, poiché la sua casa fu saccheggiata durante la sua assenza e dovette anche affrontare un processo davanti al Tribunale dell'Inquisizione. L'accusa: immoralità e stregoneria. Il responsabile di questo complotto si ritiene sia stato Ridolfo Vannitelli, per vendicarsi della donna, che probabilmente lo aveva respinto. Veronica, ancora una volta, dimostrò grande coraggio e risolutezza, difendendosi da sola dalle incriminazioni, avvalendosi delle sue capacità dialettiche e della sua lingua affilata. Alla fine venne assolta, anche grazie all’appoggio di alcune delle sue amicizie influenti, e, nello stesso anno, il 1580, pubblicò una seconda opera letteraria, le Lettere Familiari a Diversi, una raccolta epistolare contenente 50 lettere che scrisse a personaggi del suo tempo e 2 sonetti che compose per Enrico III, sei anni prima. Quest'opera denota un'impressionante capacità di scrittura e un accattivante stile pre - barocco. La corrispondenza rispecchia l’elegante mondo di aristocratici ed intellettuali a cui Veronica era abituata, e raccoglie conversazioni tra lei e uomini del suo tempo, a cui si rivolge per parlare di letteratura, arte, fama, eredità poetica ed affari privati. È un documento davvero prezioso dal punto di vista sia poetico che per lo studio della società dell’epoca.

Dopo questa pubblicazione, tutti i dettagli sulla vita di Veronica sono vaghi e confusi. Nei suoi ultimi dieci anni, ha avuto un tenore di vita più modesto. Tuttavia, non ha mai smesso di lottare per la causa delle donne, soprattutto quelle più indifese. Infatti, si batté per la creazione di un istituto per ospitare cortigiane anziane e malate e sostenere giovani prostitute disposte a cambiare vita. Morì di febbre alta all'età di 45 anni, nel 1591, e, fino alla fine, continuò ad offrire disinteressatamente. L’ultimo gesto fu la donazione della sua eredità ad alcune donne in difficoltà.

L'eredità della poetessa

In un'epoca in cui la classe dirigente era “uomo” e si occupava dei destini delle donne, Veronica Franco rappresentò una delle prime voci sonore per l’emancipazione femminile. Il suo chiaro sostegno alla causa, la sua forte convinzione contro le disuguaglianze, i suoi versi politici e sociali, le sue battaglie per il riconoscimento e il suo rifiuto dello status quo, hanno inciso il suo nome nella storia.
È stata elogiata, in passato, perché parlò a favore delle donne e chiese più considerazione e uguaglianza. È amata anche adesso, perché la sua riflessione sui conflitti di genere è ancora percepita come un argomento piuttosto attuale. Inoltre, il suo tentativo coraggioso di cambiare aspetti della società che considerava sbagliati e che rifiutava con fermezza, può essere percepito come un esempio di tutte le battaglie sociali della società odierna.