E' il Giorno 3 di Venezia77 e al Lido arriva il primo film italiano in concorso. Si tratta di Padrenostro di Claudio Noce che vede protagonista il solito straordinario Pierfrancesco Favino, iper abituati alle sue mirabili e inarrivabili interpretazioni (ci si chiede se sia umano!), ed il piccolo Mattia Garaci.

La notizia, clamorosa, è che il film, seppur molto atteso, non ha convinto né pubblico né critica.

Ma andiamo per gradi, partendo dalla sinossi. Siamo nella Roma del 1976 quando il piccolo Valerio (Mattia Garaci) si ritrova insieme alla madre ad assistere all'attentato del padre, il vicequestore Alfonso Noce, dal parte di Nuclei Armati Proletari. Nel delitto perde la vita un agente della scorta, mentre Alfonso rimane gravemente ferito. E da quel momento che la famiglia Noce si trova a fare i conti con la paura e il sentimento di vulnerabilità che inevitabilmente ne minano la stabilità e la serenità che li aveva sempre connotati, costringendoli anche a lasciare per un po' la capitale alla volta della Calabria. In questo momento di grande labilità il piccolo Valerio conosce per caso Christian, un ragazzotto poco più grande, dal carattere non facile, ribelle e sfacciato, una sorta di collodiano Lucifero che riuscirà in qualche modo a cambiargli la vita, ma che nella narrazione si rivelerà soltanto un "espediente narrativo".

Ecco, quello che si immaginava prima della proiezione di sicuro non è stato atteso: Padrenostro non è un film sui difficili Anni di Piombo che l'Italia ha vissuto nel Novecento. Non è un film autobiografico, seppur vero che la narrazione trae spunto dalla vita vera del regista, figlio del vicequestore Noce, che al momento del delitto avevo poco più di un anno. Non si tratta di una ricostruzione dell'attentato, né la narrazione di uno scontro ideologico di vittime contro colpevoli. Il regista attraverso la trasposizione cinematografica della figura eroica del padre vuole tracciare i contorni "di una intera generazione di uomini per i quali le emozioni erano percepite solo come debolezza e obbligate a essere camuffate da silenzi". Ma è soprattutto un film che scende all'altezza dello sguardo di un bambino, "su una generazione di bambini invisibili, avvolti dal fumo delle sigarette degli adulti", ha continuato Noce, sul rapporto tra padre e figlio, che si tiene perennemente in bilico tra il padre amoroso e presente e quello assente che a causa del lavoro non riesce a tornare a casa, che manca gli appuntamenti importanti come la partita della domenica mattina: una figura quella paterna mai pienamente delineata, che appare e scompare nel film come nella vita del piccolo Valerio. Per Pierfrancesco Favino, ormai già da qualche anno in una delle fasi più acute di tutta la sua carriera, "Il messaggio politico di questo film è raccontare l’infanzia in quegli anni. Quando Claudio mi ha spiegato il progetto davanti a un caffè ho subito accettato di aiutarlo perché ho riconosciuto nel suo soggetto un odore, un sapore, dei silenzi che ho vissuto anch’io da bimbo con mio padre. Noi cinquantenni di oggi siamo quella generazione che è stata come circondata da quegli eventi politici, che quella realtà l’ha subita. Siamo stati messi in un angolo, ci è stato impedito di alzare una mano. E raramente si mette l’accento su quei bambini lì, che venivano messi a letto e dopo era come se non esistessero più quando invece ci alzavamo e sbirciavamo dietro l’angolo cosa facevano i nostri genitori in salotto con gli amici".

La centralità del film sta nell'evoluzione della figura di Valerio, che più di tutti subisce lo shock dell'accaduto e come un "gioco" va a caccia di dettagli per giungere ad una ricostruzione, ad una verità su ciò che ha vissuto: un tentativo di esternare la paura? Da qui il film si muove continuamente, in bilico, tra realtà e finzione, tra spazio concreto e psicologia, tra una parte romana più salda e coinvolgente e quella calabra che diventa macchinosa fino a sfiorare la forzatura: sono dualismi che tolgono equilibrio alla narrazione, che disorientano lo spettatore nella visione, perchè in fondo siamo abituati a racconti pianeggianti, che scivolano lungo la pellicola senza grandi virtuosismi.


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Il film risulta quindi confuso nel continuo tentativo di fondere insieme l'influenza psicologica che porta un trauma e la flessibilità dell'età infantile. Una fusione che si attorciglia in una disorientante vertigine iniziale, quando la pacifica vita della famiglia Noce è vista dallo sguardo del padrenostro che incombe dall'alto: un tentativo di suggellare una sicurezza familiare che verrà poi sgretolata con l'attentato, vista soprattutto dagli occhi infantili del figlio più piccolo. Ma il dramma infantile nel film si perde coi suoi contorni piuttosto sbiaditi, che cambia e perde tono continuamente durante tutta la narrazione. Il nodo visivo e narrativo più complesso è l'attenzione con la quale il regista si focalizza in maniera quasi ossessiva sul volto del giovane Garaci, troppo giovane, ed il continuo allargare e stringere l'inquadratura diventa pressante, un gioco registico che l'attore non riesce a sostenere con la sua interpretazione. E' come se il regista volesse far esplodere le emozioni, quello shock sopito sotto pelle, ma è uno sforzo non ben riuscito che porta ad una sensazione di grande asfissia.

Noce punta sull'esternazione del trauma vissuto mescolando insieme ricordi, immaginazione e realtà, scambiando continuamente l'ordine di questi fattori che appesantiscono il film, ma centellinando l'unica cosa che avrebbe dato realmente senso al film, forse per un legittimo pudore personale: il sentimento.

Padrenostro sarà nelle sale dal 24 settembre 2020.


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Le proiezioni pomeridiane hanno visto protagonista un altro film in concorso. Si tratta di The Disciple diretto da Chaitanya Tamhane, ben noto a Venezia per aver già vinto la sezione Orizzonti nel 2014 con Court e aver collaborato con Alfonso Cuaròn in Roma, Leone d'Oro del 2018. Questa volta il giovane regista indiano sugli schermi del Lido porta una storia di tradizione culturale che rischia di estinguersi a causa delle imperversanti leggi del mercato contemporaneo: un viaggio lungo le note della musica indiana che si rincorrono per le strade di una trafficata e moderna Mumbai, che vede protagonista un vero eroe della resilienza culturale. Sharad Nerulkar trascorre gran parte della sua vita ad essere discepolo nella ostinata ricerca della perfezione che possa fare di lui il musicista per eccellenza. La musica è quella classica dell'India Settentrionale che viene definita "una strada per arrivare al divino" fatta non solo di note e pentagrammi, voci e strumenti musicali, ma di un vero e proprio modus operandi necessario per poterla cantare e suonare. Dapprima iniziato dal padre e poi seguito da un anziano maestro, Sharad diventa un vero e proprio simbolo di ostinazione e tenacia, passione e disciplina al fine di raggiungere livelli sempre più alti. Per questo annulla completamente la sua vita, sin da bambino, rinunciando ai giochi coi compagni per inseguire forsennatamente il suo sogno, e da giovane rinunciando all'amore e all'amicizia, lasciando che la sua esistenza trascorra sistematicamente tra esercizi e esibizioni. La musica è il suo unico modo di vivere, Sharad non ne conosce altri e non vuole cambiare nemmeno quando la sua salute vacilla.

La ricerca di questa perfezione lo appaga, almeno sembra, e gli consente di inoltrarsi nel più profondo dei misteri e dei rituali sacri delle leggende musicali del passato del suo paese, che creano intorno a lui una sorta di bolla. Ma ogni bolla è labile e fragile e col passare del tempo esplode e il discepolo è costretto così a confrontarsi con la complessa realtà che lo circonda, sia della sua città sia del percorso fatto sino a quel momento: a cosa sono serviti tanti sacrifici e tante rinunce? Sono davvero serviti a qualcosa? Questi interrogativi sono per lui come una scossa che lo desteranno violentemente facendogli percorre poi una strada nuova, quella della vita a cui aveva rinunciato: "Fede è la parola chiave per la maggior parte di coloro che praticano questa musica. La fede è ciò che li spinge a dedicare l'intera vista a padroneggiare questa complessa arte. Ma poi ci sono la vita e i suoi accadimenti", ha dichiarato il regista

Il film ci porta dritti nel cuore della cultura tradizionale indiana, permettendoci di apprenderne usi e costumi, una storia di musica antichissima, lontana dalla più conosciuta Bollywood, lasciandoci una profonda riflessione su come quella sorta di grossolanità del presente sia drammaticamente capace di smorzare le riflessioni sull'arte e attentare alle fondamenta della cultura tradizionale di un paese, qualsiasi esso sia.

Critica divisa sulla pellicola. Per alcuni il film è bellissimo, altri rimproverano una eccessiva lentezza della parte iniziale che da un lato connota bene i ritmi della vita orientale, dall'altro però si scolla continuamente dal filo della narrazione per la presenza dei tanti concerti che non permettono allo spettatore di addentrarsi nella storia, allungando di molto, e inutilmente, la durata del film.


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Due le pellicole interessanti tra quelle scelte per la sezione Fuori Concorso.

"Come scopriamo qual è l'attimo in cui diventiamo complici di un crimine, per quanto in misura esigua? Esiste un limite alla responsabilità personale in casi come questo?"

Sono questi gi interrogativi che si pone il regista Luke Holland nel documentario Final Account.

Più di 10 anni di interviste, racconti e domande a chi durante il periodo più buio della storia era dall'altra parte: i tedeschi. Quella di Holland non è una semplice pellicola sull'Olocausto che racconta il dramma degli ebrei, ma è uno sguardo del tutto inedito su quelle persone che consapevolmente o inconsciamente hanno contribuito ad attuare il terribile piano di Hitler. In questo decennio il regista parla con più di 300 tedeschi, testimoni oculari dell'orrore: reduci di guerra, membri delle SS, bambini iniziati al Nazismo dalla famiglia e ora diventati nonni, comuni cittadini, operai incaricati di realizzare i progetti nel quali sarebbero avvenuti poi i genocidi, soldati e guardiani silenziosi resisi tutti colpevoli della fabbrica della morte che fu "la soluzione finale". Un excursus temporale che va dal primo dopoguerra all'ascesa di Hitler, fino alla nascita del partito Nazionalsocialista e ai campi di concentramento di Auschwitz e Dachau dove si cancellavano gli ebrei dalla storia, e che ha lo scopo di capire cosa bene sapevano i tedeschi che non erano al potere. Era davvero possibile non sapere quello che si stava perpetrando ai danni di una intera stirpe? Oggi, questi uomini e queste donne chiamati a ricordare da Holland fanno i conti con la propria coscienza, celando tutto quell'orrore in un oblio volontario, nel rifiuto di una realtà o nella minimizzazione della storia per sfuggire a quella che è una grande responsabilità storica: forse è questa la strada più facile per sopravvivere ad un così pesante senso di colpa? E' così che ci si giustifica per non aver fermato mani assassine? Ma se da un lato ci sono i negazionisti, dall'altro c'è chi il senso di colpa lo sente come un macigno sulla coscienza e nella vita non ha mai trovato pace, nè perdono verso se stesso.

Ma si è davvero colpevoli pur non essendosi macchiati le mani col sangue altrui? O viceversa ci si può ritenere innocenti per questo?

Colpevoli o no sta di fatto che accettare passivamente ha voluto significare avere un ruolo determinante per il genocidio: Hitler non avrebbe mai potuto fare tutto da solo. Da solo era impotente. E' sempre l'unione a fare la forza!

Il docu-film di Holland è davvero ben fatto, lucido e semplice nella sua durezza, diretto e senza molti fronzoli e macchinazioni di montaggio. Riesce a tenere alta l'attenzione dello spettatore, non scade mai nella retorica che potrebbe risultare facile in questi casi, nemmeno quando nel finale rende omaggio alle vittime, regalando immagine ai racconti.

Quest'opera è purtroppo postuma perchè Luke Holland è scomparso nel giugno scorso. Ci ha lasciato in eredità questo documentario necessario, di importante urgenza espressiva, un pugno allo stomaco.


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Con The Duke il regista Roger Michell porta sul grande schermo un'antica storia assurda ma vera della Londra degli Sessanta, una città in cui la condizione della classe operaia era piuttosto instabile e gli anziani non ricevevano la giusta assistenza che meritavano. In questo clima Kempton Bunton è un tassista di mezza età dilaniato dal dolore per la perdita dell'adorata figlia, che vorrebbe reinventarsi scrittore ma che diventa simbolo di lotte e campagne sociali. Un uomo apparentemente mite che si fa protagonista di un clamoroso avvenimento: riesce a rubare dalla blindatissima National Gallery il Ritratto del Duca di Wellington, celebre opera di Francisco Goya, primo e unico caso di furto che abbia mai interessato la prestigiosa galleria londinese. L'uomo sfrutta questo gesto incredibile per ricattare il Governo a cui promette la restituzione della preziosa opera solo a patto che questo avesse migliorato la condizione degli anziani offrendo loro sostegno e servigi fino a quel momento negati. Protagonisti della pellicola due premi Oscar: Jim Broadbent nei pani del tassista ed Helen Mirren in quelli della moglie stremata dalle intemperanze del marito che da uomo mite decide di fronteggiare il potere più alto della società.

La storia di questo furto è incredibilmente vera, ma è stata avvolta da un alone di mistero per ben 50 anni, fino a che la famiglia Bunton ha scelto di raccontare la verità ai produttori del film.

Il regista racconta che "The Duke si colloca nella grande tradizione delle"healing comedies" - commedie che ti fanno stare bene - che in questo caso mostrano un uomo semplice che si ritrova a parlare apertamente ai potenti. Questa è comunque una storia ancora poco conosciuta, ma molto famosa ai suoi tempi. Bunton è da una parte un singolare Robin Hood e, dall'altra, un piccolo uomo che a un certo punto ha l'opportunità di alzare la voce davanti al potere. Nella cultura inglese c'è una celebrazione di questi tipi eccentrici".


A domani con il Giorno 4 di questa Venezia77.