Una donna di metà che Ottocento che scioglie la sua complessa acconciatura liberando lunghi capelli e liberando il suo corpo in uno scatenato ballo sulle note dei Downtown Boys di una cover di Dancing in the Dark di Bruce Springsteen. E' questa la scena madre di Miss Marx, film in costume in cui Susanna Nicchiarelli delinea in contorni di una straordinaria figura femminile, Eleonor Marx, seconda pellicola italiana in gara che domina la quarta giornata di proiezioni di questa Venezia77.

La più piccola delle figlie di Karl Marx, interpretata da una convincente Romola Garai, che disegnava intorno alla scrivania paterna mentre questi era impegnato a scrivere Il Capitale, è una delle figure cardine dell'emancipazione femminile "attivista, socialista, traduttrice, attrice, impegnata politicamente, un genio" che vedeva nella letteratura un catartico potere liberatorio. La Marx tradusse in inglese, infatti, Madame Bovary e curato l'adattamento per il teatro di Casa di Bambola di Ibsen: credeva con forza che la politica potesse comunicarsi anche attraverso l'arte. Il film si muove tra due aspetti chiave della personalità della donna: Eleonor è stata, tra tutte le figlie di Karl, colei che ha ereditato le ideologie politiche e filosofiche del padre, è stata la prima a battersi per i diritti delle donne e ha lottato contro il lavoro minorile. Ma è stata anche una donna che si è persa in un sentimento totalitario verso l'uomo sbagliato, il drammaturgo inglese Edward Aveling, interpretato da Patrick Kennedy, già sposato ma col quale lei si sente sposata a tutti gli effetti, al punto da firmare i suoi scritti e le sue lettere sia col suo cognome che con quello di lui. Ma Aveling non aveva il cuore allineato con quello di Eleonor dimostrandosi un uomo privo di ogni scrupolo: la tradì continuamente senza neanche preoccuparsi di nascondere l'infedeltà, gestì in maniera del tutto scriteriata le risorse finanziare di entrambi. Una relazione maledetta e tormentata che la donna perpetrò senza mai riuscire a porvi, fine poi arrivando all'estremo gesto del suicidio e andando a creare una vera crasi tra la donna intellettuale e pubblica e la donna fragile e privata, sintomo di un "un abisso sulla complessità dell’animo umano, sulla fragilità delle illusioni e sulla tossicità delle relazioni sentimentali. Un conflitto tra ragione e sentimento, tra la forza delle sue convinzioni e la sua fragilità emotiva, su quanto la forza delle convinzioni, delle nostre idee possa sbriciolarsi di fronte alla sfera emotiva. E in questo è una storia né antica né moderna ma fuori del tempo. Ho cercato di sovvertire l'immagine dell'eroina vittoriana e sostituirla con quella emblematica e moderna di una donna che combatte sul fronte pubblico  e privato", come ha espresso la regista.


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Per la ricostruzione di questo personaggio la regista ha trovato a sua disposizione, oltre che due biografie, moltissimo materiale della stessa Eleonor, come una considerevole raccolta epistolare, testi, diari, pamphlet politici e finanche i quaderni di quando era solo una bambina.

L'aspetto interessante, come considerato dalla regista, è che "tutto questo materiale sembra scritto oggi: le paure, le aspirazioni, i pensieri di Eleanor sono molto vicine all'oggi. Faccio film in costume per parlare di temi che sono attuali: le battaglie per i diritti dei più deboli sono senza tempo, sono temi che non invecchiano mai". E non potrebbe essere diversamente, perchè un personaggio e una storia di questa notevole caratura filosofica e culturale restituiscono un film assolutamente fuori dal tempo, che parla di una passato che è anche presente.

Il film palesa tutto il suo valore di vera grande opera cinematografica nella capacità della Nicchiarelli di scardinare dalla narrazione qualsiasi tono patetico e sentimentale, di evitare il solito discorso predicatorio, di ridurre la pellicola all'ennesima variazione sul tema dell'amore infelice o ad un apparato messo su col fine di commuovere. Ma la regista riesce a tenere ben salda e in pieno controllo la materia della narrazione senza mostrare alcuna esitazione o incertezza, mettendo lo spettatore dinanzi alle contraddizioni dell'animo umano in perenne bilico tra ragione e sentimento. D'altronde Karl Marx insegnava ad Eleonor a "non sentirsi estranea a niente che sia umano. Anche amare chi non lo merita".

Pubblico e critica entusiasti. La Nicchiarelli con Miss Marx entra di diritto nella rosa dei possibili vincitori del Leone d'Oro di questa Venezia77.

Nelle sale dal 17  Settembre 2020.

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Altro film in gara per il concorso Venezia77 della giornata è Pieces of a Woman di Kornél Mundruczò, con protagonista Shia LaBeouf e Vanessa Kirby (Principessa Margaret nelle prime due stagioni della serie The Crown), ispirato alla drammatica esperienza che il regista ha in passato vissuto con la moglie. Il film prometteva già bene perchè "un certo" Martin Scorsese dopo averlo visto ha voluto fortemente esserne il produttore esecutivo, dichiarando che "È una fortuna vedere un film capace di coglierti di sorpresa ed è un privilegio aiutarlo a trovare l’ampio pubblico che merita. Per me è stata un’esperienza profonda e commovente. Ne sono stato emotivamente coinvolto fin dalla prima scena e l’esperienza è diventata sempre più forte strada facendo: sono rimasto affascinato dalla regia e dal lavoro di uno splendido cast in cui c’è anche la mia vecchia collega Ellen Burstyn. La sensazione è quella di essere trascinato nel cuore di una crisi familiare, di un conflitto morale e delle sue sfumature, affrontate con cura e compassione, senza mai precipitare e scadere nel giudizio smaccato".

La storia è semplice ma potente: a Boston una felice coppia, Martha e Sean, si affida alle mani di una ostetrica per il parto in casa. Ma a causa della negligenza della donna il bambino nasce morto. I due giovani si trovano così costretti a vivere un dolore disarmante e sordo, quello della perdita di un figlio che non ha mai visto la vita. Il film mette in scena il dolore della coppia, come ognuno di loro si ponga dinanzi a questo drammatico evento, come ognuno di loro ricerchi una risposta in quanto accaduto. Differenze che dipendono molto anche dalla condizione sociale dei due: la giovane appartiene ad una famiglia facoltosa e benestante, mentre Sean è di estrazione popolare catapultato nella "società bene" solo dal legame con Martha.

Questo dolore viene però mostrato non in maniera tradizionale, privo di qualsiasi effetto estetico: il dolore è brutto, terribile e così viene messo in scena. Il regista mostra con un devastante realismo tutto il deturpamento della donna "fatta a pezzi" dalla sofferenza e che vede il mondo andare a pezzi intorno a se. Ci sono i silenzi, l'impossibilità di tornare al lavoro, il congelamento dei sentimenti verso il marito e verso il mondo che la circonda, ci sono i litigi soprattutto con la madre che arriva a detestare perchè ne fraintende sempre le intenzioni. Alla fine Martha, maturata dal suo dolore, riuscirà a capire con profondità la personalità della madre e di come lei sia riuscita a sopravvivere al dolore senza chinare mai il capo. E qui il film si generalizza con un tema piuttosto universale, mostrando come il dolore venga tramandato da una generazione all'altra.

La Boston che fa da sfondo alla narrazione è grigia e fredda, distante e livida come l'animo di Martha e pone un terribile interrogativo: perchè certe cose accadono? Il film non da risposta, forse perchè risposta non c'è.

La regia è perfetta, la macchina da presa si insinua in maniera fluida e sinuosa, senza forzature, nella vita dei protagonisti come se si facesse spazio nella loro anima. Incredibile la scena iniziale: la pellicola si apre con un lungo piano sequenza di circa mezz'ora che parte dall'appartamento della coppia, segue il dialogo dei due fino alla rottura delle acque della donna, all'arrivo poi dell'ostetrica, al parto e all'arrivo dell'ambulanza per decretare la morte della neonata.

Eccezionale l'interpretazione della Kirby, soprattutto nella scena del parto in cui le contrizioni del viso esprimono perfettamente il dolore fisico, che diventa poi dolore dell'animo. "Cercavo un ruolo che mi spaventasse - dichiara l'attrice durante la conferenza stampa del film - un personaggio di cui avere, per certi versi, paura, e nel personaggio di Martha l'ho trovato. É stato impegnativo e allo stesso tempo stimolante. Io non sono una madre ma avevo il dovere di mostrare la maternità nel modo più vero possibile e per poterlo fare ho dovuto accedere a delle corte delicate della mia sensibilità. Volevo rappresentare al meglio l'essenza della perdita e spero di averlo fatto".

Mi sa che la Kirby ha messo già una mano sulla Coppa Volpi.

In conclusione, a vincere è il dolore? In realtà no, perchè al dolore si sopravvive. Bisogna solo imparare a guardare dritto negli occhi la sofferenza, essere in grado di decifrare ed ascoltare i demoni che dimorano nell'animo di ognuno di noi. Nessuno può stabilire a priori quanto tempo occorro per ricostruire e ricostruirsi. Ma quando impariamo a capirli possiamo definirci salvi e continuare allora il nostro cammino.

Il film ha diviso la critica. Per molti è una straordinaria ricostruzione della gestione di un dramma, ma per altri la pellicola risulta stucchevole e banalizzata da un lieto e scontato finale.

Tuttavia Pieces of a Woman resta uno dei film possibili vincitori di questo Leone d'Oro 2020.


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Arriva fuori concorso l'attesissimo documentario Greta, opera del regista Nathan Grossmann.

Dietro una grande icona c'è sempre una persona. E lo spirito di questo lavoro è proprio quello di raccontare la fanciulla dalle lunghe trecce bionde dietro il fenomeno mediatico che ha catalizzato l'attenzione del mondo da due anni a questa parte: Greta Thunberg.

Era l'Agosto del 2018 quando l'allora quindicenne Greta si siede sulle scale del Parlamento svedese con le braccia conserte ed un cartello con la scritta "sciopero scolastico per il clima": la giovane poneva una domanda piuttosto semplice ad adulti e autorità "Se non vi importa del mio futuro su questo pianeta, perchè a me dovrebbe importare del mio futuro a scuola?". La ribellione di Greta era verso una politica capitalista divenuta cieca ai bisogni dell'ambiente, e del tutto inerme a fermare lo scempio che sta distruggendo il nostro Pianeta e che rischia di compromettere irrimediabilmente il futuro delle giovani generazioni: la richiesta era il diritto al futuro!

Da quel momento di strada Greta ne ha fatta tanta, divenendo una vera icona dell'attivismo mondiale riuscendo a coinvolgere ed ispirare milioni di studenti che, seguendone l'esempio e sposandone le idee, manifestano ancora oggi in quelli che sono stati ribattezzati i #FridayForFuture per chiedere a chi detiene il potere un radicale cambio di rotta per la tutela dell'ambiente e dell'ecosistema ormai sfruttato e martoriato fino ad un punto di non ritorno.

Quello che fa riflettere di questo film è che sia dovuta venir fuori una ragazzina così determinata per accendere l'attenzione su un problema che riguarda tutti, riuscendo ad attirare l'interesse di leader politici di tutto il mondo che prima di allora pare non fossero in grado di rendersi conto di quanto il Pianeta stia pian piano irrimediabilmente morendo. La pellicola parte dall'ormai celebre attraversata da Playmounth a New York in barca a vela, in un viaggio ad impatto zero, che la giovane attivista compì nel Settembre 2019 per recarsi alla sede ONU dove tenne un discorso divenuto storia: Greta dall'alto di quel palco puntò il dito contro le autorità mondiali accusandoli apertamente di uccidere il pianeta ed invitandoli ad agire immediatamente con politiche economiche ed industriali ecosostenibili. "Abbiamo dimostrato che siamo uniti e che noi giovani siano inarrestabili. Lo sguardo delle future generazioni è puntato su di voi, e se ci deluderete noi non vi perdoneremo mai!". Un j'accuse forte e potente, che risuonò per il globo intero. E a proferire quelle parole così dure ma così terribilmente vere fu una ragazzina di soli 16 anni!

Grossmann più che seguire l'icona si inoltra a scoprire la persona, seppur inconsueta, passando dalla normalità della realizzazione delle sue famose trecce alla scelta di quale camicia indossare per l'intervento ad un congresso, dalle videochat con i suoi cani e le ballate sulle note dei Queen alla preparazione dei discorsi da discutere in pubblico. Ma di Greta traspaiono anche l'amarezza e la delusione, soprattutto a carico di alcuni giovani coetanei che "Prima di fare tutto questo passavo il mio tempo solo con la mia famiglia e con i cani perché gli altri mi escludevano, erano cattivi con me".

La buona riuscita della pellicola è dovuta sostanzialmente proprio alla narrazione di questa normalità, che riesce ad avvicinare ancora di più Greta ai suoi sostenitori, e permettendo una più profonda comprensione delle sue parole e il notevole impatto che hanno avuto e che ci auguriamo continuino ad avere.

Il regista per la realizzazione del documentario ha seguito la giovane sin dal primo sciopero, scoprendo anche quello che è il rapporto che la giovane ha con la sua sindrome di Asperger per cui dichiara "A volte sembra che noi malati di Asperger siamo gli unici a vederci chiaro".

Alla presentazione del documentario a pubblico e stampa la giovane Greta non è giunta a Venezia per i suoi impegni con la scuola, ma grazie ad un collegamento Zoom è potuta intervenire alla conferenza stampa dichiarando che "Se con questo film posso fare da ponte per far capire la crisi climatica ne sono davvero felice. L'importante è non focalizzarsi su di me ma sulla questione climatica. Quanto sta avvenendo dimostra ancora una volta che questa è una responsabilità troppo grande per i ragazzi, una responsabilità che dovrebbero assumersi gli adulti che l'hanno provocata, non spetterebbe a noi ma a chi sta al potere e questa responsabilità è stata posta invece su bambini e scienziati ma è davvero eccessiva". Ha confessato poi di essere stata molto preoccupata all'inizio delle riprese perchè temeva che il documentario potesse restituire una immagine di se non veritiera, in cui il personaggio sovrasta la persona, rassicurando poi che Nathan Grossmann "è riuscito a rappresentare me e non la persona che viene rappresentata nei media, ossia questa bambina arrabbiata che urla di fronte ai leader mondiali cosa dovrebbero fare e non ciò che sono: una ragazza timida e studiosa".

La presenza del documentario su Greta qui a Venezia ha un duplice significato: non solo un buon prodotto cinematografico da presentare al mondo, ma la possibilità di aprire un grande dibattito sulla condizione della città lagunare. E la stessa fanciulla a definire la città "simbolo del cambiamento climatico, minata nel suo fragile e labile equilibrio dalla mano umano". Breve ma molto incisiva!

Un documentario importante. Necessario.


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Il giorno 4 della Mostra 2020 ha visto anche la consegna del Premio "Jaeger-LeCoultre Glory to the Filmmaker" al regista Abel Ferrara, uno speciale riconoscimento alla carriera dei cineasti che hanno segnato in maniera profonda il cinema contemporaneo. "Tra i molti meriti di Abel Ferrara, apprezzato da tutti a dispetto della fama di regista tra i più controversi del cinema contemporaneo - afferma il direttore della Mostra Alberto Barbera - è la sua indiscussa coerenza e fedeltà a un tragitto personale, ispirato ai principi del cinema indipendente anche quando il regista ebbe l'occasione di confrontarsi con produzione più tradizionali e consolidate. Fino agli ultimi lavori, progressivamente più introspettivi e autobiografici Ferrara ha dato vita un universo personale ed esclusivo. Dai conflitti originali tra colpa ed innocenza, redenzione e religione, peccato e tradimento che prevalgono a lungo nel suo cinema, insieme con la rappresentazione della violenza urbana, notturna e degradata delle metropoli, Ferrara è approdato a riflessioni originali sulla fine del mondo e l'impossibilità di attribuire un senso alle relazioni fra gli individui e la collettività, che lo confermano tra i registi non riconciliati più interessanti del momento". 

Il regista ha risposto esprimendo un suo grande desiderio "Le parole più belle che un regista possa sentire è 'fai quello che vuoi'. Ho iniziato a fare film per raccontare la realtà, il mio progetto dei sogni è lavorare senza una sceneggiatura". Riuscirà ad esaudirlo?



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A domani con il Giorno 5 di questa Venezia77.