Passeggiare tra le strade di Venezia offre ai fortunati viandanti la possibilità di scorgere e ammirare moltissime bellezze di tutti i tipi: i canali  e i rii con le tipiche gondole, edifici storici, meravigliose chiese. È praticamente impossibile non perdersi in così tanta meraviglia! Eppure, esiste un mondo molto caratteristico, ma che sfugge agli occhi. Almeno, agli occhi di chi resta giù, in strada.

Oggi voglio mostrarvi una Venezia da un punto di vista un po’ insolito, teatro tra l'altro di una delle scene del film Mission Impossible 7 con Tom Cruise girata proprio in città: vi porterò sui tetti! Ebbene sì, perché sono fermamente convinta che ogni aspetto di un luogo abbia qualcosa da raccontarci sulla sua identità e quella dei propri abitanti. 

L’etnologo francese Marc Augé parlava di due tipologie di spazi: i luoghi e i non-luoghi. I primi sono caratterizzati da relazioni sociali, memorie, tradizioni e appartenenza. I secondi sono tutti quegli spazi che non portano in sè un senso di appartenenza, come ad esempio gli aeroporti. Ecco, credo di poter dire che i tetti di Venezia e gli elementi che li caratterizzano appartengano ai cosiddetti “luoghi”: frutto di azioni tra persone ed interazioni con lo spazio circostante e per questo motivo suscettibili di modifiche. 

E allora sù, andiamo in alto alla ricerca di camini, meravigliose altane e sospesi liagò!

La Venezia dei 7000 camini

Ebbene sì, una stima approssimativa conta circa 7000 camini in tutta Venezia!

Ora, chi conosce Venezia, sa che il paesaggio urbanistico è molto fitto: palazzi molto ravvicinati divisi da calle e callette minori. Ciò conferisce, dal punto di osservazione di un tetto, un'interessante susseguirsi di camini con forme diverse, alcune anche un po' insolite rispetto a quelle che potremmo guardare in altre città.

Ovviamente, questi elementi di costruzione minore non sono nati con la consapevolezza che sarebbero divenuti elementi così caratterizzanti da essere oggetto di studio e di ammirazione in tutto il mondo, bensì derivano dalla necessità di rendere gli ambienti domestici più salubri. In effetti, prima che le case venissero dotate dei camini, vi era il problema di riscaldare le stanze nelle fredde e umide giornate d'inverno senza però intossicarsi con il fumo. Inizialmente, la soluzione adottata fu quella di accendere il fuoco in casa, lasciando delle piccole aperture nei tetti che permettessero l'areazione degli ambienti. Tale escamotage, tuttavia, comportava una notevole dispersione di calore e permetteva che l'umidità entrasse nelle abitazioni.

Quindi, per i veneziani, si presentò ben presto la necessità di creare una struttura che permettesse al contempo la fuoriuscita forzata del fumo e che permettesse di salvaguardare i tetti, che all'inizio erano costruiti con paglia, dai frequentissimi incendi dovuti alle scintille roventi da combustione. 

Sta di fatto che i primi cittadini di Venezia cominciarono ad ideare i camini e impararono a farlo con grande maestria, dando a questo elemento una conformazione del tutto peculiare rispetto a quelli presenti in altre città. 

La costruzione dei camini fu sin da subito una questione presa con molta serietà, al punto che già nel 1200 fu istituita una Scuola dei Mureri, ovvero dei muratori, i costruttori materiali di questi elementi. E l'importanza del saperli costruire alla perfezione è testimoniata dal fatto che la prova d'esame finale per ottenere la maestria era, per l'appunto, costruzione di un camino che rispettasse diversi criteri tra cui lo stile architettonico del periodo.





Dando uno sguardo sui tetti della città noteremo che non esiste un'unica forma di camino. Ne esistono alcuni a forma di campana, la più diffusa, che ha la forma di un cono rovesciato, come quelli di Ca' Dario; a dado, ovvero a forma di cubo, come quelli di Casa 7 camini; a forchetta, forma portata in città dalle campagne dell'entroterra veneto. A queste tipologie si aggiunsero intorno alla metà del Cinquecento i camini ad obelisco, dei pinnacoli sontuosi ed eleganti. Questi, come quelli di Palazzo Mocenigo, poi demoliti, di Palazzo Balbi, Palazzo Papadopoli, Palazzo Minelli e Palazzo Belloni, si ergevano fieri sulle costruzioni nobiliari, divenendo poi elementi caratterizzanti dell'intera costruzione. Venivano realizzati cavi all’interno, sia per una questione di leggerezza, sia per permettere lo spegnimento delle faville, mentre il fumo fuoriusciva dalle aperture poste alla base dell’obelisco stesso. La leggenda vuole che queste particolari strutture indicassero la presenza all’interno della famiglia cui apparteneva il palazzo di un “capitano generale da mar”: una credenza in realtà non veritiera, poiché soltanto le casate Balbi e Mocenigo potevano vantare capitani nella loro stirpe. Molte di questi camini nel tempo andarono distrutti perché a causa della loro ardita altezza attraevano i fulmini che riuscivano ben a colpirli e quindi danneggiarli. Si smise dunque di utilizzare questa tipologia, e su quelli rimasti furono istallati dei veri e propri parafulmini che hanno consentito la trasmissione di questi magnifici elementi sino ai nostri giorni. Per fortuna…

Queste sono tra le più conosciute tipologie a cui vanno aggiunte le modifiche apportate nel tempo ad ognuna di esse.

Elemento che accomunava questo tripudio di forme era l'utilizzo di tegole o di cappelli che servivano ad impedire l'infiltrazione di acqua piovana all'interno delle canne fumarie e alla struttura interna degli stessi che attirava il fumo nella canna fumaria e lo convogliava verso dei fori laterali che lo spingevano verso l'esterno.

Ad abbellire e a rendere ancora più preziosi i camini vi furono le decorazioni di artisti del calibro di Giorgione e Tiziano e l'opera di alcuni grandi architetti quali Palladio, Scamozzi, i Lombardo e il Sansovino.

A chiosa di questo pittoresco scenario, vorrei richiamare alla mente l'immagine di una figura strettamente legata ai camini, lo scoacamini, lo spazzacamino, da cui prende il nome la calla dove vi abitavano. Figura sempre sporca di fuliggine che camminava sui tetti di una maestosa Venezia.





Le altane: le terrazze sui tetti di Venezia

"Non ho voglia di dormire. Dove può portare questa scaletta, di cui ho intravisto sul pianerottolo, entrando nella mia camera, i primi gradini? Forse a qualche soffitta? Proviamo. Arrivo davanti ad una porta, chiusa da un semplice catenaccio. La apro e mi trovo all'aperto su una piattaforma di legno, delimitata da un parapetto. Questa terrazza, questo belvedere, è posato sul tetto del Palazzo. Da qui io domino il pendio delle sue vecchie tegole e sono vicino ai suoi alti camini, uno dei quali termina a forma di dado e l'altro a imbuto. Che vedo ancora? Un angolo luccicante del Canal Grande, la cupola tondeggiante d'una chiesa, poi altri tetti, altri camini, tutto questo bagnato dal chiarore d'una luna splendente...”

Queste le parole del poeta Henri de Régnier il quale, in visita per la prima volta a Venezia nel 1899, descrive la sua prima esperienza sui tetti della Città, in particolare la prima volta su un'altana, quella di Ca' Dario dove era ospite della contessa de la Baume e Madame Bulteau.

Elemento appartenente a quella che può essere definita edilizia minore, è sicuramente l'altana: una specie di terrazza costituita da una piattaforma formata da lastre di legno, sostenute da una serie di piccoli pilastri in mattoni o in pietra. 

Essendo queste strutture delle aggiunte all'edificio originario, la scelta dei materiali di costruzione dovevano rispondere a due requisiti ben precisi: leggerezza e resistenza ai fattori ambientali, come la salsedine. Per queste ragioni, sin dalle prime costruzioni, si pensò di utilizzare il legno del larice. 

Le altane hanno mantenuto nel corso dei secoli una certa coerenza di utilizzo da parte dei cittadini. Erano il luogo della casa in cui si andava a stendar la lissia, ovvero a stendere il bucato, approfittando non solo della presenza del sole, ma anche dell'elemento aria che si infiltrava tra le assi di legno. 

Nel Rinascimento, era anche una sorta di beauty farm, nel senso che le dame veneziane dell'epoca amavano schiarire le proprie chiome attraverso l'applicazione di una mistura e l'esposizione dei capelli alla luce del sole. Per fare questo si avvalevano di una sorta di grosso cappello, detta solana, su cui venivano posizionati i capelli, una tecnica simile al più moderno shatush proposto da un noto air stylist Italiano! Avrà forse preso spunto da questa usanza del tutto veneziana?

Data la posizione privilegiata, le altane hanno da sempre costituito un punto strategico di osservazione delle feste a cui noi veneziani siamo molto legati, tra cui la festa del Redentore. Una modalità di partecipazione, quindi, più intima da condividere con la famiglia o con gli amici.

Certo è che col passare dei secoli, l'uso più frequente che si è fatto delle altane è di godere di un po' di sole e di rinfrescarsi durante le notti d'estate più afose e perché no, nella città dello spritz, godersi un aperitivo in compagnia! 

Per chi visita la città, ma non dovesse avere la possibilità di vivere almeno una serata in altana, ci sono ristoranti, osterie e bar che offrono le loro specialità in altane, per garantire una piacevole esperienza sensoriale fatta di luce, vento e panorama mozzafiato. 

Di questo grande fascino che trasmettono le altane, dopotutto, non potevano rimanere indifferenti pittori, quali Vittore Carpaccio in Il miracolo della reliquia della Croce, Giovanni Mansueti in Miracolo della reliquia della Croce in campo San Lio.

Perfino il grande commediografo Carlo Goldoni nella sua opera La Putta Onorata fa riferimento a questo luogo della casa così tanto amato:

"Oh caro sto sol! Co lo godo! Sia benedeta st'altana! Almanco se respira un puoco. Mi, che no so de quele che vaga fora de casa, se no gh'avessi sto liogo, morirave de malinconia".





I liagò di Venezia: logge sospese verso la luce

Se guardiamo Venezia dall'alto noteremo, osservando la maggior parte dei palazzi, nei piani più alti, delle logge che sporgono dagli edifici e delimitate da vetrate sui tre lati: i liagò. Il termine, secondo il dizionario del dialetto veneziano di Giuseppe Boerio, deriverebbe dal greco heliacon, ossia luogo esposto al sole.

In effetti, in Città già con le prime costruzioni, che erano perlopiù costruite con legna secondo le tecniche di edilizia navale, vi fu la necessità da parte dei veneziani di “catturare” la luce solare che faceva fatica ad insediarsi all'intero delle tipiche, ma altrettanto strette calli. 

Le prime testimonianze di tali strutture risalgono al periodo compreso tra il XII e il XIII secolo anche se molto spesso il termine veniva usato come sinonimo di un'altra tipologia di struttura più recente: l'altana. Essa è una terrazza in legno posta sui tetti degli edifici e, talvolta, li sostituisce del tutto. 

Così, ad esempio, nel 1316 il Maggior Consiglio deliberò la demolizione dei liagò posti sul canale: probabilmente questa scelta fu determinata dalla loro instabilità e pericolosità.

Uno dei migliori esempi di questa tipologia di logge lo troviamo a Palazzo Falier Canossa, dimore di dogi e vescovi, sul prospetto che da sul Canal Grande. In questo caso i liagò sono addirittura due, posti ai due estremi della facciata. Sono due logge di dimensioni piuttosto estese in realtà, più che semplici spazi per catturare la luce sono delle vere stanze protese sulle acque del Canal. In luogo sicuramente invidiabile!

Un altro celebre esempio lo troviamo al Casino Venier o altrimenti detto Ridotto Venier, in cui assumeva una funzione molto singolare di spiare con discrezione il passaggio sul Ponte dei Bareteri, ad esso sottostante. Questo uso del liagò si rendeva necessario per la natura clandestina di questi salotti in cui si combinavano gioco d'azzardo, attività letterarie e musicali. Ancora una volta, una conferma di come i luoghi assumano una particolare valenza simbolica a seconda delle azioni ed interazioni svolte al loro interno, conferendogli un'identità che va oltre le sole caratteristiche strutturali.

Infatti, generalmente, i liagò erano utilizzati dalle dame veneziane per godere del sole e per asciugarsi i capelli. Un uso, questo, decisamente differente da quello appena descritto e che ci parla di una realtà domestica in cui si condividevano relazioni sociali in questi piccoli ambienti scaldati dal sole.

Non potevo non menzionare il liagò situato al primo piano di Palazzo Ducale. Per chi volesse provare ad immaginare la vita in quest'area dell'edificio, vi è la possibilità di visitarlo. Qui, i patrizi trascorrevano il loro tempo tra le numerose sedute del Gran Consiglio passeggiando e discorrendo tra loro. Il soffitto, risalente al 500, è costituito da travi dorate. Alle pareti vi sono tele risalenti ad un'epoca più tarda, collocabile tra il 600 e il 700. In questo luogo potrete ammirare tre opere scultoree di Antonio Rizzo che raffigurano Adamo, Eva e il Portascudo.





Mi raccomando, quando siete in giro per la città più bella del mondo non scordatevi di guardarla col naso all'insù, perchè Venezia troverà sempre il modo di sorprendervi!